Introduzione alla storia dello sport

Anche il lettore più lontano da ogni pratica sportiva sa che lo sport non si può ridurre a mero gesto atletico o semplice scontro agonistico. Ogni attività umana è una forma di comunicazione, sia che utilizzi la forma classica, sia che si tratti delle nuove modalità social; pertanto lo sport, essendo diffuso e praticato tra i popoli di tutto il mondo, rappresenta di fatto un modello di promozione per qualsiasi tipo di società, nazione o governo.

L’uomo è dedito allo sport fin dalle origini; inizialmente praticato per motivazioni di sopravvivenza e di conoscenza dell’habitat circostante, con il passare dei secoli e con il consolidarsi delle tradizioni è diventato parte integrante della società, della cultura e dell’economia degli stati. Proviamo a soffermarci un attimo su questa considerazione tenendo presente gli esempi degli All Blacks nel rugby per la Nuova Zelanda e del sumo per la cultura Giapponese.

Olimpiadi e mondiali di calcio, per Cina, Brasile, Sud Africa o Qatar, sono eventi che servono per affermarsi nel consesso internazionale degli stati evoluti, sia a livello economico, che a livello politico. Oggi questa affermazione avviene in maniera evoluta, e in forme del tutto moderne, ma lo sport o le attività sportive, sono sempre state considerate una forma di comunicazione non verbale tra stati, una maniera per mandarsi messaggi che non potevano essere inviati in altro modo.

Alcune gare sportive hanno nascosto veri e propri conflitti militari, quali le partite di calcio tra Argentina e Inghilterra o tra Iraq e Stati Uniti; oppure simulazioni di scontri che non potevano essere combattuti nella realtà, come le “battaglie sportive” tra Usa e Urss durante la cosiddetta guerra fredda. Valga per tutti, anche se è un film, l’epopea del pugile Rocky che combatte un epico scontro di civiltà con il suo omologo russo Ivan Drago.

Ma lo sport non è solo propaganda di uno stato verso l’esterno; esso è stato usato come forma di inquadramento delle masse, sia per organizzarle, sia per autopromuoversi attraverso le imprese degli sportivi. In questo, il fascismo italiano è stato campione: Mussolini aveva capito perfettamente qual era l’effetto catalizzatore che poteva avere lo sport sulle masse. Il duce è stato d’esempio per tutti gli altri dittatori d’Europa, tra cui lo stesso Hitler; il suo corpo è stata l’incarnazione di questa sportività verso la quale tutti gli Italiani dovevano rivolgersi.

La sportività era un mezzo per completare la trasformazione dell’uomo voluta dalle rivoluzioni fasciste: l’uomo fascista doveva essere puro nella razza, moderno nella mentalità e con un fisico nuovo creato da uno sport che doveva essere diffuso capillarmente negli oratori, nei dopolavori e in ogni luogo di aggregazione.

Ma lo sport non è stato utilizzato solo dagli stati come cassa di risonanza; anche movimenti di varia natura hanno usato le manifestazioni sportive per manifestare le proprie rivendicazioni sociali, come ad esempio gli atleti Tommy Smith e John Carlos alle Olimpiadi di Città del Messico del 1968, o come strumento di dialogo fra popoli.

Fu Nelson Mandela ad usare il rugby come strumento di riappacificazione per superare l’odio che divideva la popolazione nera da quella bianca. Il leader nero, dopo 27 anni passati nel carcere di Robben Island, vide nel rugby, sport bianco, il modo per aggregare non solo formalmente il paese. I mondiali del 1995 furono sicuramente l’inizio di un percorso di unificazione di questo paese separato tra le due componenti etniche dopo decenni di apartheid.

I campioni dello sport sono serviti ai paesi e ai loro governanti; in Italia ricordiamo il giusto tra le nazioni Gino Bartali, con la sua epica vittoria nella Grande Boucle (giro di Francia) del 1948, che aiutò a scongiurare il rischio di rivoluzione dopo l’attentato al comunista Palmiro Togliatti. Accanto a lui tutta una serie di “campioni vetrina”, come il cubano Alberto Juantorena, o l’intera squadra del Real Madrid per il dittatore Francisco Franco.

I campioni hanno spesso subito punizioni molto dure in caso di mancato successo, come i calciatori Iracheni sotto il regime di Saddam Hussein, costretti ad prendere a calci palloni di pietra dopo una sconfitta; o la storia, emersa solo di recente, della nazionale dello Zaire ai mondiali del 1974 in Germania, alla quale il dittatore Mobutu Sese Seko aveva promesso morte in caso di sconfitta. Non ultimo Muhammas Ali, al secolo Cassius Clay, che si vide ritirato il titolo mondiale a causa del suo rifiuto di andare a combattere in Vietnam.

Per questi e tanti altri motivi, lo sport non può considerarsi solo un gesto sportivo, acquisisce un valore politico strategico, ma non dobbiamo mai dimenticarci, il motivo per cui lo sport appassiona tanto e tanti.
L’uomo si riconosce nei suoi valori di riferimento quali il sacrificio, l’orgoglio, la sfida, la lealtà, il rispetto e non ultimo l’onore. Senza questi valori universali lo sport non sarebbe tale e di conseguenza non sarebbe cosi seguito e partecipato; lo sport vale se è sport vero, se al suo centro rimane unicamente il gesto sportivo.

Articolo scritto dal Dott. Daniele Susini
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